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DISORDINE!
ENTROPIA ARTISTICA E COSCIENZA DI CATASTROFI
di Nicola Scarpelli


Ne "L'incidente del futuro" Paul Virilio delinea una società contemporanea profondamente caratterizzata dall'ordinarietà dell'incidente. Se tendenzialmente siamo soliti pensare alla regolarità del mondo come norma, il filosofo e urbanista francese rovescia questa prospettiva contraddicendo l'eccezionalità dell'incidente e delineandone la quotidianità. La velocità, tratto distintivo della nostra epoca, amplifica infatti la possibilità di eventi disastrosi, tanto da far pensare alla catastrofe, disordine eccellente, come vera essenza del mondo. Ma proprio l'assunzione dell'aspetto ordinario dell'incidente, amplificata dalla rapidità con cui l'immagine stessa dell'evento si diffonde su vasta scala, grazie alla potenza mass-mediatica, comporta la perdita di significazione dell'accaduto. E' come essere immersi in quel rumore bianco di cui parla De Lillo nell'omonimo romanzo, un brusio di fondo in cui non distinguiamo più i piccoli e grandi disastri che ci circondano, dall'inquinamento delle polveri sottili ai cibi geneticamente modificati, dalle morti silenziose per cancro agli incidenti automobilistici, dallo stillicidio di esplosioni in ogni angolo del mondo alla proliferazione di micro-conflitti che sfuggono al controllo di qualsiasi autorità sovranazionale. Siamo dunque di fronte ad una accelerazione della storia, che è anche accelerazione della realtà, «in cui le nostre scoperte tecnologiche si rivoltano contro di noi e in cui certe menti deliranti tentano di provocare a ogni costo l'incidente del reale, questo urto che renderebbe indiscernibili verità e realtà fallaci - in altre parole mettendo in opera l'arsenale completo della derealizzazione» (da Città Panico, di Paul Virilio). La sincronizzazione dell'emozione su scala planetaria, così come la definisce Virilio, è in definitiva assenza di stupore, emozione superficiale ed effimera che alimenta un non-pensiero collettivo, persino laddove derivi da un evento essenzialmente traumatico/drammatico.
Come sfuggire, a questo punto, ad un ordine inibitore che non nasconde la propria vocazione alla normalizzazione dei sentimenti e delle passioni? Ce lo suggerisce Calvino nella premessa alla raccolta di saggi "Una pietra sopra" del 1980:

«La società si manifesta come collasso, come frana, come cancrena (o, nelle sue apparenze meno catastrofiche, come vita alla giornata), e la letteratura sopravvive dispersa nelle crepe e nelle sconnessure, come coscienza che nessun crollo sarà tanto definitivo da escludere altri crolli.»

Coscienza, consapevolezza del crollo e della catastrofe. E la letteratura, l'Arte, è proprio questo, consapevolezza. E quindi libertà.
Non a caso proprio l'Arte è spazio privilegiato di entropia. Per sua natura comporta disordine, sconvolgimento di una norma estetica determinata, e quanto più forte sarà la trasgressione dalla norma vigente, tanto più elevato sarà il grado di valore estetico dell'opera. Non si parla di rottura radicale, di cancellazione di principi estetici dati, tipica invece delle avanguardie, perché come scrive Eco «L'avanguardia distrugge il passato, lo sfigura: […] distrutta la figura l'annulla, arriva all'astratto, all'informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura sarà la condizione minima del curtain wall, l'edificio come stele, parallelepipedo puro, in letteratura la distruzione del flusso del discorso, sino al collage alla Bourroughs, sino al silenzio o alla pagina bianca, in musica questo sarà il passaggio dall'atonalità al rumore, al silenzio assoluto». È piuttosto un'oscillazione tra passato e futuro, un cambiamento fluido tra una norma data ed una nuova, al punto che la violazione, divenuta a sua volta norma estetica ed entrata a far parte di un corpo unitario, assumerà col tempo il valore di canone. Le nuove norme estetiche passano poi dall'Arte alla vita quotidiana e qui acquistano una validità quasi obbligatoria, diventando dei veri criteri di misurazione dei valori.
Roland Barthes affermava polemicamente che la lingua è fascista, non perché vieta di dire, ma perché obbliga a dire. La rigidità del codice impone infatti l'osservazione delle sue leggi (maschile e femminile, singolare e plurale…) affinché avvenga la comunicazione. È lo stesso autore a che ci aiuta a superare la comunicazione per entrare nella significazione: trasgredire il codice per scriverne uno nuovo, violentare la norma linguistica per approdare ad un uso libero della parola, che diviene forma d'Arte per eccellenza nella poesia. Ecco che l'Arte non comunica, significa. Se allora l'Arte è superamento della norma, per arrivare ad un coinvolgimento totalizzante delle nostre esperienze sensoriali e razionali, bisogna necessariamente essere in grado di uscire dai canoni vigenti. Bisogna rendersi liberi. Ed essere liberi, come abbiamo detto, vuol dire essere consapevoli della realtà che ci circonda.
Ecco spiegata in parte la diffusa difficoltà di approccio all'Arte contemporanea. E' difficile aderire al disordine. E' difficile riconoscere come Arte gli enormi fori praticati da Gordon Matta-Clark su muri e pavimenti di edifici in demolizione, o i cinquanta minuti di video senza parole di "The Passing", in cui Bill Viola dà un'intima significazione di morte e di vita, o ancora il rumore che demolisce la già essenziale musicalità di "Heroin" dei Velvet Underground. Ma d'altra parte «L'arte deve sempre spingersi all'estremo del possibile. Un'arte che ci conferma in quel che già siamo e già sappiamo, un'arte che non ci sporge su ciò che è altro da noi, su una realtà possibile, tradisce il suo compito, il suo senso, la sua stessa ragione di essere» (da Ai confini del corpo, di Franco Rella).
I video di Chris Cunningham sono un eccellente esempio, nella nostra epoca, della forza destabilizzante dell'immagine. "Windowlicker" è un anti-videoclip. L'intro di due minuti è un lungo dialogo assolutamente non funzionale nell'economia del video, coperto per di più -nella versione che circolava su MTV- da un pressoché ininterrotto "bip" atto a censurare la dominante componente scurrile del discorso.
Nella sua intera lunghezza il video dura quasi 8 minuti, quando, per la sua natura pubblicitaria, dovrebbe essere breve e, dunque, d'immediata ricezione.
Inoltre, Cunningham smonta il tradizionale filmato di promozione musicale recuperandone forme e contenuti tipici, corrodendoli però dall'interno: formose ragazze in bikini ballano mentre la macchina da presa ne esalta le fattezze, salvo poi rivelarne cellulite evidente che degenera nella mostruosità della ballerina principale, deformazione digitale del volto di Aphex Twin.
Il tema del mostro è ricorrente nei cortometraggi di Cunningham quanto quello della macchina iper-tecnologica. Nel video "All is full of love" la voce di Bjork apre l'avveniristico scenario della macchina che si misura col sentimento, superando la caratterizzazione umana e sessuale dell'amore. E', questo, un chiaro esempio di come l'arte, nell'acquisizione di una nuova norma estetica, anticipi problematiche di carattere etico, prima ancora che queste assumano nella quotidianità la stabilità di criteri di misurazione dei valori.
Difficoltà d'interpretazione, destabilizzazione. La sensibilità al disordine è comune. Ed è inevitabile, per riprendere il discorso di Roberta, l'intima solitudine di fronte alla vera opera d'Arte, illuminata solo dall'emozione profonda che scaturisce dallo stupore, dovuto all'incapacità di ricorrere ad una catalogazione sulla misura di un qualsiasi schema concettuale. «Ciò che distingue, a colpo d'occhio, la vera opera d'arte è, come scriveva Rainer Maria Rilke, la sua infinita solitudine: il fascino enigmatico di un'unicità che offre paradossalmente una molteplicità di possibili adattamenti sensibili a coloro che nel guardare il quadro ne compongono l'altra metà» (da L'incidente del futuro, di Paul Virilio). E l'esperienza sensibile è completata dall'esperienza razionale, ovvero dall'accordo armonico con l'esistente attraverso la condivisione di quell'emozione che da individuale si fa collettiva, nella consapevolezza di appartenenza ad un mondo di mondi possibili, luogo comune delle differenze.