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LA FINE DELL'UTOPIA La visione utopica, pur nella multiforme varietà delle sue manifestazioni, presenta una caratteristica generale che accomuna sotto un medesimo segno l'utopia positiva e l'utopia negativa, nonostante la loro diversità apparentemente antinomica; volendone dare una definizione, potremmo infatti dire che la visione utopica, nei suoi tratti essenziali, consiste in un tentativo di mettere a tema quella fondamentale istanza di ulteriorità rispetto al qui-e-ora che rappresenta uno dei connotati specifici dell'umano. Laddove però l'utopia propriamente detta risolve positivamente il problema dell'ulteriorità, tratteggiando mondi possibili alternativi rispetto a quello esistente - il quale è vissuto o come opprimente, inaccettabile e da sottoporre perciò ad una trasformazione rivoluzionaria, oppure come promessa di un futuro migliore - che lo redimono comunque dai suoi aspetti peggiori, l'utopia cosiddetta "negativa" sembra invece prendere le mosse dalla tragica consapevolezza del definitivo annullamento di ogni alterità, sicché il destino prefigurato dall'ordine attuale degli eventi assume i tratti inquietanti dell'inevitabile. L'utopia, però, non coincide con la profezia. I discorsi profetico e utopico presentano infatti delle importanti differenze in relazione tanto allo scopo che alla struttura; ma ciò che forse li distingue in modo più significativo è il differente terreno ideale in cui essi affondano le rispettive radici. Nonostante vi sia una forte continuità, nell'orizzonte della cultura occidentale, tra la matrice giudaico-cristiana e lo spirito della modernità, sorto e sviluppatosi a partire dall'emancipazione della moderne scienze sperimentali e dell'idea di stato liberale, non si possono infatti trascurare quei significativi elementi di discontinuità che caratterizzano in termini di assoluta originalità il rapporto tra l'uomo moderno e il suo mondo. Con l'avvento della modernità, infatti, la ragione umana si libera dai vincoli di una natura che sembra aver ormai definitivamente perso ogni carattere normativo; incapace di collocare se stesso in un ordine assoluto e trascendente che consenta di individuare una stabile matrice di senso a partire dalla quale sia possibile leggere la realtà in modo univoco e trasparente - e che è ancora presupposta, anche se magari solo surrettiziamente, dal discorso profetico o preteso tale - l'uomo può contare solo sulle risorse, peraltro finite e limitate, della propria ragione. E' in questo contesto che nasce, si afferma e si consolida lo spirito della moderna utopia, la quale si configura perciò in modo sempre più esplicito come una riflessione da parte dell'uomo sulla propria costitutiva ed insuperabile finitezza. La constatazione dello statuto di finitezza che definisce l'essenza stessa della condizione umana non comporta infatti, di per sé, la negazione di un'apertura dell'umano verso l'alterità. Lungi dal rassegnarsi all'accettazione passiva del già dato, l'uomo continua a rincorrere i suoi sogni, i suoi desideri, le sue legittime aspirazioni ad un mondo migliore; consapevole della limitatezza delle proprie risorse, egli non rinuncia tuttavia a rapportarsi criticamente ad una realtà di fatto che, nella sua costitutiva imperfezione, invoca la trasformazione. Ma che genere di trasformazione? E' realmente possibile agire sul presente in modo da emendare la realtà di fatto dalle sue più vistose iniquità, dai suoi aspetti peggiori? Cosa può concretamente propiziare l'avvio di un simile processo di cambiamento in positivo anche quando tutto sembra congiurare contro di esso? In rapporto a tali questioni, un'opera come "1984" di George Orwell sembra costituire un significativo esempio di quello che in filosofia è chiamato un Gedanken-experiment, un "esperimento mentale". Questo romanzo fu scritto nel 1948, all'indomani di una Guerra Mondiale conclusasi con lo sganciamento degli ordigni atomici sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki e con la vittoria sul nazifascismo dell'alleanza tra le potenze statunitense, britannica e sovietica - vittoria che sarebbe stata l'anticamera di oltre quarant'anni di contrapposizione tra blocchi e di Guerra Fredda. Esso è oggi diventato una sorta di libro cult, e ciò in virtù di una vena profetica che molti ritengono di poter scorgere nell'allucinante prefigurazione di un mondo svuotato di senso e di umanità a causa dell'imporsi in modo sempre più capillare ed opprimente di un pletorico apparato di controllo che soffoca l'autonomia e la libertà degli individui. Non è però la profezia, a mio avviso, la categoria-chiave più adeguata per penetrare il significato profondo di "1984". Sebbene non si possa negare ad Orwell la capacità di scorgere con sguardo penetrante alcune delle tendenze più significative della storia del Novecento, quella storica (o storico-filosofica, dal momento che parlare di "profezia" significa già collocarsi in una prospettiva di filosofia della storia) non è l'unica chiave di lettura possibile, e forse non è neppure la più efficace. Non è un caso che "Brazil", film ideato dal regista britannico Terry Gilliam e chiaramente ispirato a "1984", si apra proprio collocando la vicenda che si appresta a narrare "in un qualche anno del XXI secolo"; in tal modo è negata ogni contestualizzazione storica determinata, e la vicenda nel suo complesso assume un chiaro significato filosofico-esistenziale che solo un'attenta analisi comparativa può sperare di mettere in luce, pur nell'innegabile differenza tra le due opere. L'idea di fondo che guiderà l'analisi che segue è dunque incentrata sul concetto di utopia intesa appunto come "esperimento mentale", cioè come elaborazione di una serie di circostanze immaginarie, strutturate avvalendosi dei mezzi espressivi messi a disposizione dal cinema o dalla letteratura in modo tale da dischiudere un mondo "altro" guardando il quale ci sia data la possibilità di condurre una riflessione critica su noi stessi, sul nostro rapporto con la realtà e con gli altri; di cogliere, cioè, la radicalità delle domande poste in precedenza, le quali accompagnano inevitabilmente la nostra esperienza umana in ogni suo passaggio. Se l'utopia positiva apre all'immaginazione uno spazio in cui, in rapporto a tali questioni, è prefigurata una possibilità di soluzione, l'utopia negativa sembra segnata da un irrimediabile pessimismo sull'effettiva capacità, da parte dell'uomo, di vivere positivamente la coscienza della propria finitezza; prigioniero di essa e delle circostanze materiali che di essa sono il frutto, l'uomo sembra determinarsi come incapace di far valere quell'istanza di ulteriorità che definisce l'essenza più intima della sua stessa umanità, e sembra condannato ad un'inevitabile sconfitta. Ma forse l'utopia negativa non è solo il frutto di uno sguardo pessimistico sul presente; dando vita, in forma di parole ed immagini, ad un mondo in cui la totale negazione di ogni dimensione "altra" sembra assumere una consistenza concreta, tangibile, essa può essere lo stimolo ad una riflessione sistematica, radicale, sulle strategie più opportune ed efficaci per tenere aperto, nonostante la finitezza e i limiti costitutivi della nostra esperienza, nonostante la coercizione che gli apparati di potere esercitano, in modo più o meno velato, sulla libertà degli individui, uno spazio alternativo, in cui sia data all'uomo la possibilità di recuperare se stesso a partire dall'apertura di nuove prospettive di senso. "1984" e "Brazil", quindi, sembrano costituire due esempi di un utopismo negativo spinto a tali estreme conseguenze da risolversi infine nella negazione di ogni fiducia in una possibile alternativa al già dato, e, quindi, nella negazione dello stesso spirito - e della possibilità - dell'utopia. Ciò che ci si propone di mostrare in questa sede è che, mettendo da parte ogni interpretazione in chiave profetica di quanto Orwell e Gilliam hanno tentato di dirci o trasmetterci per mezzo delle loro opere, e intendendo invece l'utopia negativa come una sottile forma di esperimento mentale, è forse possibile recuperare la radicalità delle problematiche che tali opere sottopongono alla nostra attenzione, e valorizzarne le enormi potenzialità ai fini di un'indagine critica sull'uomo e sul suo rapporto con il presente. |