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IL SIGNORE DI FRONTE
di Sarah Ventimiglia


Era un signore seduto di fronte a una signora seduta di fronte a lui.
Alla loro destra/sinistra c'era una finestra, alla loro sinistra/destra c'era una porta.
Non c'erano specchi, eppure in quella stanza, profondamente, ci si specchiava.


La poesia è di Vivian Lamarque, una delle voci più gentili - a me pare - della poesia italiana contemporanea. Scrittrice di una quindicina di libri di fiabe, insegnante per vocazione, ha tradotto Valery, Baudelaire, Prévert, La Fontaine, Céline.
Il mio piccolo contributo di giovedì scorso prendeva le mosse da qui. Dal signore di fronte.
L'inconsistenza di un titolo mutilato ci abitua fin dall'esordio, pensavo leggendola, ad un soggetto sospeso, incompleto, un visconte dimezzato e relativo. Il signore di fronte è l'io senza l'altro, un soggetto de-centrato poiché ciò che lo fa essere, che gli conferisce un qualche senso-centro sta fuori di lui. Per essere precisi, sta seduta di fronte a lui.
Scopriamo nel farsi della poesia, come conviene alle fiabe che non esauriscono le informazioni tutte in una volta ma le dosano sapientemente, che l'altro è una donna, per antonomasia l'alterità radicale, le deuxième sexe (De Beauvoir). Uomo-Donna, ma vi si potrebbe sostituire qualsiasi altra categoria strutturalmente oppositiva (leggi Oriente-Occidente), rappresenta quindi un irriducibile sintagma.
Alla loro destra/sinistra c'era una finestra continua il testo. Analogamente al nostro signore, di fronte solamente in quanto seduto di fronte rispetto a qualcuno, la finestra e la porta sono posizionate a sinistra o a destra relativamente al punto di vista. Dipende da dove le si guarda. Inoltre,

«l'iconografia della finestra occupa un ruolo fondamentale nell'economia del quadro. Sottolinea infatti il rapporto interno/esterno; isola un frammento (di natura) e gli permette di proporsi come nuova totalità; delimita il campo visivo, afferma uno spazio "altro". […] Finestre, cornici, cartellini, intesi come elementi iconografici possono anche essere definiti elementi intertestuali, cioè di collegamento con altri presenti nell'immagine (per esempio la doppia immagine, che talora si riscontra nei dipinti quattrocenteschi fiamminghi, sullo sfondo di una scena principale e che a essa si collega nell'allusione e nel significato)»

[Sciolla, Studiare l'arte. Metodo,analisi e interpretazione, Utet, 2001]

La finestra dunque come figura dell'alterità non può non avviluppare nella sua rete tematica quella secolare dello specchio, l'emblema del doppio, dell'identità e della sua crisi. È un oggetto ambiguo: da un lato la funzione ordinaria, dall'altro l'apertura straordinaria, quasi fiabesca. Se la sua funzione ordinaria si esaurisce nell'azione intransitiva di riflettere, dove tra copia e originale non prende forma alcun dialogo dinamico (il punto di partenza coincide con il punto d'arrivo: il corpo conduce all'immagine, l'immagine al corpo), più feconda è forse la sua funzione "straordinaria". È l'immagine dello specchio di Alice (Carrol), creatore di un mondo parallelo, un ribaltato wonderland, un possibile oltre-luogo. Si tratta allora di uno specchio che oltrepassa profondamente, riflette l'altro. Si fa responsabile di un riconoscimento irriducibile, di un moltiplicarsi di prospettive, insomma un traghettatore dell'aldiqua, il cui vangelo predica il lasciarsi cambiare dallo scambio. Una figura dell'incontro.
Alla luce di quanto detto, si è portati pertanto a ripensare l'incontro, Hegel direbbe l'eticità (in quella embrionale apertura antiidealista della Filosofia del diritto), non più come luogo della conciliazione soggetto-oggetto quanto piuttosto come sfera intersoggettiva, la cui libertà è essere presso di sé nell'essere altro da sé.
La sfida è appunto questa, il Conosci te stesso dell'oracolo di Delfi che coimplica il conoscere l'altro. È ciò che deve imparare a sue spese un personaggio di Calvino, il solitario Palomar, incapace di rapportarsi con gli altri esseri umani. Tentando di reagire alla propria limitazione si avvicina allo studio del cielo, alle teorie astronomiche. La speranza di entrare così in contatto con la culla dell'umanità intera viene tuttavia disillusa. La sua sete di conoscenza del cosmo è in realtà solo una prospettiva altra di pensare al mondo senza i suoi abitanti. È paradossalmente la prigione che lo relega entro l'armonica solitudine di cui aveva creduto di potersi liberare una volta conosciute leggi e costanti fisiche. Non potrà spezzare le proprie catene "si se non noverit" (Ovidio, Metamorfosi, III, 348), se non dedicandosi a se stesso, conoscendosi per oltrepassarsi.
A noi l'enigmatica conclusione di Calvino:

«La strada che a Palomar resta aperta è questa: si dedicherà d'ora in poi a se stesso, esplorerà la propria geografia interiore, traccerà il diagramma dei moti del suo animo […] Non possiamo conoscere nulla d'esterno a noi scavalcando noi stessi, egli pensa ora, l'universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi stessi. […] Cosa vedrà ora? Cosa gli apparirà? Gli apparirà il suo mondo interiore come un calmo ed immenso ruotare d'una spirale luminosa? […] Contemplerà una sfera di circonferenza infinita che ha l'io per centro e il centro in ogni punto? Apre gli occhi: quel che appare al suo sguardo gli sembra di averlo già visto tutti i giorni: vie piene di gente che ha fretta e si fa largo a gomitate, senza guardarsi in faccia, tra alte mura spigolose e scrostate. In fondo, il cielo stellato sprizza bagliori intermittenti come un meccanismo inceppato, che sussulta e cigola in tutte le sue giunture non oliate, avamposti di un universo pericolante, contorto, senza requie, come lui»

(I. Calvino, Palomar, op. cit., 1994)