Untitled-1 (27K)

"Civiltà e barbarie" (.doc)
"Kant e Wittgenstein" (.doc)
"La fine dell'utopia"
"Oltre la malattia mentale" (.doc)
"Sul dono"
"Sul concetto di sovranità"
"Il signore di fronte"
"Laura cucita nel Canzoniere"
"Disordine!"
"Ordine provvisorio"

indietro

SUL DONO
APORIE E CONTRADDIZIONI

di Filippo Ranchio


Un rapido sguardo alla letteratura contemporanea sulla figura del dono, ci mostra la grande varietà di discipline coinvolte in una sua ermeneutica: si va dall'antropologia all'economia politica, dalla sociologia alla psicologia, dalla filosofia in senso stretto agli studi teologici. Ad un livello di analisi ancora superficiale, questo dato si mostra come indice di una complessità di fondo che sembra interessare proprio l'esperienza del dono. Proviamo quindi a fare qualche passo avanti per considerare i motivi e i termini di questa complessità costitutiva del dono.
Innanzitutto siamo di fronte ad una difficoltà di ordine fenomenologico: il donare non appare come tale. Il donare o donazione è infatti un movimento intenzionale che prende le mosse da una libertà (quella di chi dona) che vale come una soggettività trascendentale. In virtù di questa trascendentalità della intenzione di dono "…non è fenomenologicamente riducibile, il donare, a qualcosa che è lì come una datità , per cui io possa dire questa è una donazione" (C. Vigna). In quanto intenzionalità che appartiene al trascendentale della soggettività, il donare non può assumere immediatamente i tratti determinati della cosa donata, in quanto il trascendentale sporge infinitamente sul determinato. Ci restano tuttavia degli indizi, utili a stabilire se si tratta di un dono autentico o di un cavallo di Troia: in questo senso il donare tra(n)s-pare (e non appare) nel semplice esserci della cosa donata. Detto con le parole di tutti i giorni: nel dono che ricevo, di per sé, non riesco a reperire il senso della decisione del donatore. Dal dono non posso capire se chi dona è l'amico o il nemico.
Questa la prima difficoltà che si incontra nel trattare del dono. Ma le cose non migliorano qualora si tenti di prendere, come si suol dire, di petto la questione, ponendosi in questo caso la domanda: che cos'è il dono? Il dono infatti non è una cosa: la cosa si dà, il dono si dona. E dare e donare non fanno uno. "Il dono non è una cosa": significa che la cosa è un mero essere presente, mentre il dono è un rendersi presente, dove qui si desidera sottolineare l'importanza fondamentale dell'intenzione del donare, la sola che crea lo scarto tra il dono e la cosa. Siamo tutti d'accordo che il pane che compro dal fornaio non è lo stesso pane che offro all'amico affamato, anche se l'oggetto in questione è lo stesso identico panino. Se l'intenzione è ciò che fa sì che il dono sia dono, resta fermo quanto detto in precedenza sulla impossibilità di una manifestazione fenomenologica (determinata) dell'intenzione stessa, che è un trascendentale. Non abbiamo fatto altro, ponendo la differenza tra dono e cosa, che riproporre l'ambiguità e il mistero che circondano il dono. Ambiguità che era ben presente agli occhi dei Greci: la dosis (δοσις) è sia "dono, regalo, elargizione", sia "dose" (δοσις φαρμακου, che potremmo tradurre con "dose di veleno"). I Greci ben conoscevano quindi la polivocità del dono, del tutto irrisolvibile se si parte dal dono stesso. La nostra lingua ha perduto questa importante indicazione e peggio ancora accade al francese dove esiste una sola parola, donner, per indicare sia il dare che il donare. Vicino a quanto appena detto, va notato che il dono non si lascia de-finire: è infatti figura che rimanda, costitutiva apertura, luogo da abitare. Il dono vive di opposizioni laceranti, che poco hanno a che fare con i rigidi codici di una logica definitoria. Abbiamo già visitato l'opposizione amico/nemico, nata dall'impossibilità fenomenologica di decidere del senso della donazione a partire dalla cosa donata. Si innestano a questo livello problemi etici molto rilevanti: a seconda di chi c'è dietro al dono, quest'ultimo può essere un dono per l'altro, e pertanto un potente mezzo di riconoscimento; oppure può essere un dono per sé stessi, e in questo modo configurarsi come un mezzo altrettanto potente di schiavitù, di mancato riconoscimento. C'è poi l'opposizione, tanto cara sia a Derrida che a Bataille, tra il dono come manifestazione della assoluta gratuità, il dono per nulla; e il dono per qualcosa, cioè il dono come agire strumentale, dove si mette in mostra il carattere interessato di ogni relazione umana, anche la più oblativa. Entrambi i corni dell'antinomia, se portati alle loro rigorose conseguenze, conducono alla cancellazione del dono: nel primo caso, lo vedremo con Derrida, il dono si configura come "evento dell'impossibile" in quanto la gratuità assoluta non si può dare fenomenologicamente (e il dono che non è espressione di questa gratuità assoluta non è dono, per Derrida); nel secondo caso il dono rischia di appiattirsi al livello della razionalità economica, in cui vigono le leggi dell'utile e dell'agire strumentale e in cui non trova spazio alcuno la gratuità. Sembra da queste battute che il dono abiti una sorta di limbo, ossia un terreno intermedio tra le due possibilità contraddittorie appena delineate, senza schierarsi né da una parte, né dall'altra. In realtà sarebbe meglio dire che il dono si costituisce e vive come tale nel cuore dell'antinomia, caricando su di sé tutto il peso della contraddizione e anzi facendo leva su di essa per se-durre. La forza del dono sta proprio nelle antinomie a cui dà adito e di cui, in ultima analisi, esso stesso consiste. Basta leggere il formidabile "Saggio sul dono" di M. Mauss per avere una prova tangibile di quanto vengo dicendo. E di coppie oppositive ne potrei citare molte altre: spontaneità/obbligo di reciprocità, ospitalità/insidia, generosità/sfida, generatività/perdita, memoria/oblio. I nostri interventi cercheranno di ricostruire la genesi concettuale del dono con particolare riferimento alla cultura contemporanea. Tenteremo poi di declinare questa figura in diversi ambiti (letterario, economico, filosofico) appoggiandoci ad autori che molto hanno scritto su questo tema. Consapevoli, salvo smentite dell'ultim'ora, che si tratta di accettare la "sfida del dono" che è la "sfida dell'ambiguità" , senza alcuna pretesa di risolverla ma volendo semplicemente portarla alla luce nei suoi aspetti più fecondi e, perché no, culturalmente più interessanti. Chiudo quest'abbozzo di riflessione con una citazione di Pier Angelo Sequeri che delinea molto meglio delle mie lungaggini l'orizzonte della questione:

«L'esperienza del dono è sempre anche assai complessa e irrimediabilmente drammatica. Il gioco della consegna di sé e dell'assoggettamento dell'altro, della reciprocità e della disparità, della riconoscenza e dell'imbarazzo, dell'apertura che rende il donatore irraggiungibile e dell'esperienza che lo rende soffocante per il donatario, delle continue oscillazioni tra la fiducia e il sospetto, l'entusiasmo e il risentimento, è interamente iscritto nella logica del dono. Il dono è tutto questo e altro ancora. Non si tratta di ignorare o rimuovere questa ambivalenza, ma di abitarla generosamente, lottando per neutralizzarla. E' anche il bello della diretta. Non ci sono regole di equivalenza che possano rendere il dono superfluo. Ma non ci sono neppure affetti che possano semplicemente metterlo al riparo dal suo rischio»

(Pier Angelo Sequeri, L'umano alla prova, Vita e Pensiero, 2001)